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Società cancellata: successione dei soci nei debiti tributari

Con l’Ordinanza n. 10337 del 20 aprile 2021, la Corte di Cassazione ha affermato che l’estinzione della società, derivante dalla sua volontaria cancellazione dal registro delle imprese, non determina l’estinzione dei debiti ancora insoddisfatti che ad essa facevano capo. In tale ipotesi gli ex soci sono sempre destinati a succedere nei rapporti debitori già facenti capo alla società estinta ma non definiti al termine della liquidazione. La circostanza che i soci abbiano goduto, o no, di un qualche riparto in base al bilancio finale di liquidazione non è dirimente ai fini dell’esclusione dell’interesse del Fisco ad agire.

La controversia trae origine dalla pretesa fiscale azionata nei confronti degli ex soci della società cancellata dal registro delle imprese, quali aventi causa della società anteriormente cessata, e in proprio, in relazione alla presunzione semplice di percezione di utili in ragione della ristretta base sociale.
I giudici tributari hanno accolto i ricorsi escludendo la legittimazione dei soci della società cancellata, e ritenendo illegittimi gli avvisi di accertamento notificati ai soci in considerazione dell’esistenza del bilancio finale di liquidazione. Inoltre, i giudici, hanno rilevato l’illegittimità degli accertamenti per deficit di contraddittorio preventivo, con lesione del diritto di difesa dei contribuenti, in considerazione della prova di resistenza rappresentata dalla compilazione del bilancio finale.

La Corte di Cassazione ha riformato la decisione dei giudici tributari su ricorso dell’Agenzia delle Entrate che ha eccepito:
– errata valorizzazione della presentazione del bilancio finale di liquidazione, al fine di ritenere illegittima la pretesa fiscale azionata nei confronti dei soci della società cancellata dal registro delle imprese, non rilevando tale elemento ai fini dell’accertamento fiscale;
– irrilevanza della presentazione del bilancio finale di liquidazione quale prova di resistenza ai fini del rispetto del contraddittorio endoprocedimentale in tema di tributi armonizzati, non rilevando tale elemento rispetto alle pretese oggetto dell’accertamento.

La Corte Suprema ha affermato che dall’estinzione della società, derivante dalla sua volontaria cancellazione dal registro delle imprese, non discende l’estinzione dei debiti ancora insoddisfatti che ad essa facevano capo, poiché in tale ipotesi si riconoscerebbe al debitore di disporre unilateralmente del diritto altrui, con conseguente ingiustificato sacrificio dei creditori. L’estinzione della società determina, pertanto, un fenomeno di tipo successorio tale per cui i debiti insoddisfatti della stessa si trasferiscono in capo ai suoi soci.
In proposito, la circostanza che i soci abbiano goduto, o no, di un qualche riparto in base al bilancio finale di liquidazione non è dirimente ai fini dell’esclusione dell’interesse ad agire del Fisco creditore.
Pertanto, precisa la Suprema Corte, gli ex soci sono sempre destinati a succedere nei rapporti debitori già facenti capo alla società estinta ma non definiti al termine della liquidazione, fermo restando il loro diritto di opporre il limite di responsabilità ex articolo 2495 del codice civile. Ove tale limite rendesse evidente l’inutilità per il creditore di fare valere le proprie ragioni nei confronti del socio, ciò inciderebbe sull’interesse ad agire, ma il creditore potrebbe comunque avere interesse a proseguire il giudizio se vi fosse la possibilità per i soci di succedere in eventuali rapporti attivi della società non definiti al termine della liquidazione.
Sicché l’assenza nel bilancio di liquidazione della società estinta di ripartizioni agli ex soci non esclude l’interesse dell’Agenzia a procurarsi un titolo nei confronti degli stessi soci.
In conclusione, sulla base dei suddetti principi, con riferimento agli avvisi di accertamento notificati ai soci di società cancellata dal registro delle imprese, l’esistenza del bilancio finale di liquidazione deve ritenersi irrilevante ai fini della successione dei soci.

Altro questione che ha indotto i giudici tributari ha disporre l’illegittimità degli avvisi di accertamento è stata la mancata integrazione del contraddittorio endoprocedimentale, valorizzando il bilancio finale di liquidazione come “prova di resistenza”.
In proposito la Corte Suprema ha osservato che in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria è gravata di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, la cui violazione comporta l’invalidità dell’atto, purché il contribuente abbia assolto all’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere e non abbia proposto un’opposizione meramente pretestuosa (cd. “prova di resistenza”).
Nella fattispecie, precisano i giudici della Suprema Corte, deve escludersi che il bilancio finale di liquidazione possa assolvere le funzioni della cd. “prova di resistenza”, ossia costituire quell’elemento che, astrattamente, avrebbe potuto essere sperimentato in sede di contraddittorio endoprocedimentale al fine di giustificare il fumus in ordine alla prova di un diverso risultato rispetto a quello proposto dall’Ufficio. E ciò per la assorbente ragione della natura dell’accertamento, relativa al contestato occultamento di ricavi della società nel periodo anteriore all’estinzione ed alla mancanza di elementi concreti che i soci avrebbero semmai dovuto individuare come contenuti nel detto bilancio.

Bonus formazione 4.0: non più necessario l’impegno nel contratto aziendale

A fronte delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2020, dal 1° gennaio 2020, ai fini dell’accesso al bonus formazione 4.0, non è più necessaria la condizione per l’impresa di indicare espressamente l’impegno a investire nella formazione 4.0 dei dipendenti, esplicitandolo nel contratto collettivo aziendale o territoriale e depositando tale contratto, in via telematica, presso l’ispettorato territoriale del lavoro competente. Per le annualità precedenti, le imprese che invece non hanno depositato il citato accordo entro la data del 31 dicembre 2019, non potranno usufruire del credito d’imposta (Agenzia Entrate – risposta 13 maggio 2021, n. 343).

La Legge di Bilancio 2018 ha introdotto un incentivo fiscale automatico, sotto forma di credito d’imposta, per gli investimenti effettuati dalle imprese, ai fini della formazione del personale dipendente, nelle materie aventi ad oggetto le c.d. “tecnologie abilitanti”, cioè le tecnologie rilevanti in generale per il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese previsto dal “Piano Nazionale Impresa 4.0”.
Successivamente, la Legge di Bilancio 2019 ha esteso l’ambito temporale di riferimento dell’agevolazione, prevedendo l’applicazione del credito d’imposta anche alle spese di formazione sostenute nel periodo d’imposta successivo a quello incorso al 31 dicembre 2018.
La Legge di Bilancio 2020 ha infine prorogato l’agevolazione fino al 31 dicembre 2022, prevedendo altresì l’abrogazione della stipula e del deposito dei contratti collettivi aziendali o territoriali presso l’Ispettorato del lavoro competente, non più necessari ai fini del riconoscimento del credito d’imposta.

La disciplina originaria del credito d’imposta richiedeva, quindi, che l’impresa assumeva espressamente l’impegno a investire nella “formazione 4.0” dei dipendenti, esplicitandolo nel contratto collettivo aziendale o territoriale e depositando tale contratto, in via telematica, presso l’Ispettorato territoriale del lavoro competente.
Pertanto, il corretto adempimento riguardante il deposito telematico presso il Ministero del Lavoro del contratto collettivo o aziendale costituiva, sia in relazione al periodo d’imposta 2018 e sia in relazione al periodo d’imposta 2019 una condizione di ammissibilità al beneficio, in quanto la modifica introdotta dalla Legge di Bilancio 2020 si rende applicabile solo a decorrere dal periodo d’imposta 2020.
Per le annualità precedenti, le imprese che invece non hanno depositato il citato accordo, quando invece erano tenute, non potranno usufruire del credito d’imposta.

Sottoscritta l’ipotesi di accordo del CCNL Misericordie

Sottoscritta l’ipotesi di accordo per il personale dipendente delle Misericordie d’Italia e delle strutture loro collegate quali, ad esempio, case di riposo, ambulatori, servizi funebri e cimiteriali, Imprese Sociali nonché alle Associazioni di volontariato che ne sottoscrivano l’adesione

Dopo ampio dibattito si è giunti ad un’ipotesi di accordo economico volto ad omogeneizzare i tabellari dei CCNL Misericordie ed ANPAS, contraddistinta dai seguenti punti:
– Rinnovo contrattuale riferito al triennio 2017-2019;
– mantenimento dell’impianto normativo dell’attuale CCNL al fine di poter giungere, in tempi rapidi, alla sottoscrizione di un CCNL 2020-2022 che unifichi Misericordie ed ANPAS;
– incremento tabellare di 85 euro lordi riferiti alla categoria C3 e riparametrati sulle altre categorie con decorrenza dall’1/5/2021;
– riconoscimento, al personale assunto prima del 1/1/2020, di un importo, a titolo

di una tantum, pari a 1200 euro lordi, parametrati sulla categoria C3, suddivisi in 4 tranches da 300 euro ciascuna, da corrispondersi nei seguenti mesi: luglio 2021, settembre 2021, novembre 2021, gennaio 2022;
– corresponsione, di norma in occasione delle festività natalizie 2021, e comunque entro il 15 febbraio 2022, di una quota pari a 200 euro, non riparametrate, sotto forma di buoni acquisto;
– sospensione del pagamento del premio di produttività, ex art.48 del CCNL vigente, per l’anno 2021, in attesa della sottoscrizione del nuovo CCNL 2020/22 con Anpas che dovrà regolare modalità di erogazione del premio e quantità economica. In caso di mancata sottoscrizione del CCNL entro il 30/9/2022, sarà ripristinato il pagamento del premio secondo le quantità economiche attuali, sullo stipendio del dicembre 2022;
– istituzione di una Commissione paritetica entro il 30/9/21, che avrà il compito di armonizzare l’istituto della previdenza complementare come già istituita e normata dal CCNL ANPAS 2017-2019.
L’ipotesi sarà sottoposta all’approvazione delle lavoratrici e dei lavoratori e in caso di esisto positivo le parti si incontreranno nuovamente per la ratifica dell’accordo