Società, cooperative e organizzazione di produttori, i criteri di inquadramento nel settore agricolo

I chiarimenti Inps in merito al corretto inquadramento, ai fini dell’assoggettamento a contribuzione agricola unificata, delle società, delle cooperative e delle organizzazioni di produttori che svolgono, in connessione o meno con l’attività principale, attività diverse dalla coltivazione dei fondi, dalla selvicoltura e dall’allevamento di animali (art. 2135, c.c.); si forniscono altresì precisazioni in merito alle imprese non agricole che assumono alle proprie dipendenze operai agricoli (Inps, circolare 20 giugno 2019, n. 94).

Come noto, l’Inps dispone la classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali ed assistenziali, applicando per il settore dell’agricoltura il criterio dello svolgimento delle attività di coltivazione dei fondi, selvicoltura e allevamento di animali (art. 2135, c.c.) (art. 49, L. 9 marzo 1989, n. 88). Pertanto, tutti i soggetti datori di lavoro, qualunque sia la forma giuridica e la struttura economica con la quale operano (ditta individuale, società, società cooperativa, consorzi, organizzazione di produttori), che svolgono in via principale una delle predette attività, sono tenuti, per gli operai assunti alle proprie dipendenze, all’assolvimento degli obblighi relativi alla contribuzione agricola unificata. Parimenti, sono da inquadrare nel sistema della contribuzione agricola unificata i datori di lavoro che svolgono, in connessione con l’attività principale (art. 2135, co. 3, c.c.):
– ulteriori attività, quali la manipolazione, la conservazione, la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione di prodotti agricoli, ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali;
– le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda, normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità.
Le attività connesse, dunque, devono essere svolte dallo stesso imprenditore, persona fisica o persona giuridica, che esercita l’attività principale della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura, nel rispetto del criterio della prevalenza (prodotti propri e risorse proprie).
Ciò premesso, sussistono comunque ulteriori ipotesi in cui la normativa sancisce l’attribuzione della qualifica di imprenditore agricolo anche a quei soggetti che svolgono una delle attività connesse del processo produttivo in modo svincolato dalle attività principali della coltivazione, dell’allevamento e della silvicoltura.
Per quanto concerne le cooperative di imprenditori agricoli ed i loro consorzi, questi si considerano imprenditori agricoli quando utilizzano per lo svolgimento delle attività connesse, prevalentemente prodotti dei soci, ovvero forniscono prevalentemente ai soci beni e servizi diretti alla cura ed allo sviluppo del ciclo biologico (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001). In tale caso, la natura di imprenditore agricolo è riferita esclusivamente alle cooperative di imprenditori agricoli e ai loro consorzi, la cui compagine sociale è composta integralmente da soggetti già in possesso della qualifica agricola, non essendo rilevante che la cooperativa o il consorzio esercitino una delle attività agricole principali.
Le imprese cooperative e loro consorzi, che trasformano, manipolano e commercializzano prodotti agricoli e zootecnici propri o dei loro soci ricavati dalla coltivazione dei fondi, dalla silvicoltura e dall’allevamento di animali, sono inquadrati nei settori dell’industria o del commercio, quando per l’esercizio di tali attività ricorrano normalmente ed in modo continuativo ad approvvigionamenti dal mercato di prodotti agricoli e zootecnici in quantità prevalente rispetto a quella complessivamente trasformata, manipolata e commercializzata (art. 1, L. 15 giugno 1984, n. 240). Si tratta, essenzialmente, di cooperative di natura industriale o commerciale inquadrabili nei relativi settori previdenziali, salvo che l’attività di trasformazione, manipolazione e commercializzazione sia svolta in quantità prevalente su prodotti agricoli e zootecnici propri o conferiti dai soci (produttori agricoli iscritti nella relativa gestione previdenziale). In ogni caso, nei confronti delle medesime, limitatamente alla cassa integrazione, alla cassa unica assegni familiari e all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, trovano comunque applicazione le regole del settore dell’industria.
Ancora, si considerano imprenditori agricoli, le società di persone e le società a responsabilità limitata, costituite da imprenditori agricoli, che esercitano esclusivamente le attività dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ceduti dai soci (art. 1, co. 1094, L. 27 dicembre 2006, n. 296). Anche a tal riguardo, ricorrendo la condizione che tutti i soci della società rivestano la qualifica di imprenditori agricoli, le attività connesse di servizi, intendendosi per tali anche quelle prestazioni dirette alla fornitura di beni e servizi rese a favore dei soci imprenditori agricoli, sono da ricondurre al principio generale della connessione e le società devono ritenersi inquadrabili nel settore dell’agricoltura.
Per quanto riguarda poi le organizzazioni di produttori agricoli (art. 3, D.Lgs. 27 maggio 2005, n. 102), esse devono assumere una delle seguenti forme giuridiche societarie:
– società di capitali aventi ad oggetto sociale la commercializzazione dei prodotti agricoli, il cui capitale sociale sia sottoscritto da imprenditori agricoli o da società costituite dai medesimi soggetti o da società cooperative e loro consorzi;
– società cooperative agricole e loro consorzi;
– società consortili (art. 2615-ter, c.c.), costituite da imprenditori agricoli o loro forme societarie.
L’organizzazione deve quindi essere costituita da soggetti in possesso della qualifica di imprenditore agricolo, anche se la compagine sociale può essere integrata con soggetti che non siano tali (D.M. 28 agosto 2014, n. 9084). Ai fini dell’inquadramento previdenziale degli organismi in parola, anche per essi, che hanno come scopo principale la commercializzazione della produzione dei produttori aderenti, valgono i principi succitati (art. 1, co. 2, D.Lgs n. 228/2001).
Evidentemente, per tutte le tipologie di imprese esaminate, è necessario che le attività siano svolte direttamente dalla cooperativa o dalla società, con i propri mezzi aziendali e con la direzione ed il controllo degli operai occupati; si esclude invece l’inquadramento nel settore dell’agricoltura per le società o società cooperative che, al di fuori dell’ambito organizzativo e operativo dell’impresa, si limitano ad assumere la manodopera per poi metterla a disposizione dei soci, peraltro potendo configurarsi in questi casi la violazione della normativa sul distacco (art. 30, D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276) ed in materia di somministrazione di manodopera.
Infine, quanto alle imprese che, pur non rivestendo la qualifica di imprese agricole per la natura dell’attività economica esercitata, assumono alle proprie dipendenze lavoratori che, agli effetti delle norme di previdenza e assistenza, sono assicurati come lavoratori agricoli dipendenti (ad esempio, gli addetti alla sistemazione e manutenzione agraria e forestale), l’elencazione delle attività è tassativa (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92; Inps, circolare n. 126/2009). Si tratta di imprese che operano in settori economici diversi, quali commercio o servizi, che svolgono, oltre alle attività oggetto dell’impresa, una o più delle seguenti attività:
– lavori di forestazione, in appaltato o concessione;
– attività di manutenzione degli impianti irrigui, di scolo e di somministrazione delle acque ad uso irriguo o per lavori di forestazione (nel caso di consorzi);
– cura e protezione della fauna selvatica ed all’esercizio controllato della caccia;
– attività di raccolta di prodotti agricoli, nonché attività di cernita, di pulitura e di imballaggio dei prodotti ortofrutticoli, purché connesse a quella di raccolta;
– lavori e servizi di sistemazione e manutenzione agraria e forestale, di imboschimento, di creazione, sistemazione e manutenzione di aree a verde, se addetti a tali attività.
Peraltro, le imprese non agricole, commerciali o di servizi, che intendono iscrivere gli operai alla gestione agricola spesso operano in virtù di un contratto di appalto, ma ciò non esclude che esse debbano essere dotata di un’effettiva struttura imprenditoriale con la predisposizione di mezzi, risorse e organizzazione. In mancanza, si può configurare l’ipotesi di assunzione di lavoratori al solo scopo di inviarli presso le aziende utilizzatrici, integrando la fattispecie della mera somministrazione di manodopera. Per quanto sopra, non solo non sono iscrivibili nella gestione agricola i lavoratori addetti alle attività richiamate (art. 6, L. 31 marzo 1979, n. 92), dipendenti di cooperative o di società che svolgono attività caratterizzate dall’esecuzione in appalto di fasi di lavorazioni o singole operazioni del processo produttivo, avulse da un’impresa organizzata per svolgere attività commerciali o di servizi, ma addirittura si configurano le fattispecie della somministrazione irregolare di manodopera.

Attività libero professionale ed iscrizione alla gestione separata Inps

Gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS.

La Corte d’appello di Caltanissetta, accogliendo il solo motivo d’appello relativo all’avvenuta prescrizione del credito contributivo preteso, ha dichiarato il professionista non tenuto all’iscrizione alla gestione separata INPS, con obbligo di pagamento dei contributi dovuti alla medesima gestione, in relazione all’attività libero professionale, svolta nell’anno 2006, in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente per la quale lo stesso professionista era iscritto presso altra gestione assicurativa obbligatoria.
Contro tale pronuncia l’INPS ha proposto ricorso per cassazione. Con l’unico motivo di censura, l’Istituto ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma 26, I. n. 335/1995, e dell’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011, per avere la Corte di merito ritenuto che non sussista alcun obbligo di iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS a carico degli ingegneri e degli architetti che, pur esercitando abitualmente la libera professione, non possano iscriversi all’INARCASSA per essere contemporaneamente iscritti presso altra gestione previdenziale obbligatoria.
Secondo la Cassazione, il motivo risulta fondato, essendosi consolidato il principio di diritto secondo cui gli ingegneri e gli architetti, che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie e che non possano conseguentemente iscriversi all’INARCASSA, rimanendo obbligati verso quest’ultima soltanto al pagamento del contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, sono tenuti comunque ad iscriversi alla Gestione separata presso l’INPS, in quanto la ratio universalistica delle tutele previdenziali cui è ispirato l’art. 2, comma 26, L. n. 335/1995, induce ad attribuire rilevanza, al solo versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale, ciò che invece non può dirsi del c.d. contributo integrativo, in quanto versamento effettuato da tutti gli iscritti agli albi in funzione solidaristica.
Non essendosi la Corte di merito conformata al sudetto principio di diritto, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Palermo che dovrà accertare se sussistano gli estremi per l’iscrizione presso la Gestione separata tenendo conto del fatto che l’obbligo di cui all’art. 2, co. 26, L. n. 335/1995, è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante non solo dall’esercizio abituale (ancorché non esclusivo), ma anche occasionale (entro il limite monetario indicato dall’art. 44, co. 2, di. n. 269/2003, conv. con I. n. 326/2003) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, anche se il medesimo soggetto svolge altra diversa attività per cui risulta già iscritto ad altra gestione.
Al giudice del rinvio è pure demandata la verifica dell’eventuale prescrizione del credito contributivo posto che non si è formato il giudicato interno sulla questione di prescrizione avendo la sentenza impugnata dichiarato non prescritto un credito ritenuto insussistente.

Accertamento giudiziale della posizione previdenziale: necessario il litisconsorzio tra Inps e datore

Il lavoratore ha facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e la sua condanna al versamento dei contributi nei confronti dell’Ente previdenziale, purchè anche il medesimo Ente sia stato convenuto in giudizio e per i contributi non sia sopraggiunta la prescrizione (Corte di Cassazione, ordinanza 30 maggio 2019, n. 14853)

Una Corte d’appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda di un lavoratore il quale chiedeva che venisse accertata la sussistenza del rapporto di lavoro intercorso per un dato periodo con una Società, con la conseguente condanna di quest’ultima al pagamento delle differenze retributive ed alla regolarizzazione della posizione contributiva.
Ricorre così in Cassazione la Società, contestando che Corte territoriale avesse erroneamente condannato la Società a regolarizzare la posizione contributiva del lavoratore senza aver disposto l’integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Inps.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Secondo costante orientamento, infatti, l’interesse del lavoratore al versamento dei contributi previdenziali di cui sia stato omesso il pagamento integra un diritto soggettivo alla posizione assicurativa, che non si identifica con il diritto spettante all’Istituto previdenziale di riscuotere il proprio credito, ma è tutelabile mediante la regolarizzazione della propria posizione. Ne consegue che il lavoratore ha la facoltà di chiedere in giudizio l’accertamento dell’obbligo contributivo del datore di lavoro e sentirlo condannare al versamento dei contributi, che sia ancora possibile giuridicamente versare, nei confronti dell’ente previdenziale. Tuttavia, è necessario che entrambi siano stati convenuti in giudizio, atteso il carattere eccezionale della condanna a favore di terzo, che postula una espressa previsione, restando altrimenti preclusa la possibilità della condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali a favore dell’ente previdenziale che non sia stato chiamato in causa.